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Il mio Pride



Fuori fa caldo ed intanto mi godo la frescura che fuoriesce dai diffusori del vagone in cui ho preso posto. Ho scelto una poltrona di quelle a quattro, con due viaggiatori seduti di fronte ad altri due, in modo da avere più spazio libero per le gambe. Il vagone è quasi vuoto e nel mio quadriposto, per il momento, ci sono solo io. Ascolto dalle enormi cuffie i Crifiu, gruppo musicale salentino: “Non tutto quello che si ferma è perduto/prova a guardare il mondo stando seduto”, si può ascoltare in un loro ultimo lavoro. In questo modo stando, appunto, fermo e seduto vedo il vagone riempirsi. Anche i posti vuoti del “piccolo salottino” attorno sono stati occupati da tre amici, due ragazzi ed una ragazza.
Man mano che il treno ferma alle stazioni il vagone si popola; molto prima della destinazione finale non ci sono più posti a sedere e la gente sta felicemente in piedi. È il 6 di luglio ed io e la maggior parte dei viaggiatori di questo treno siamo diretti a Pisa per partecipare al Pride Toscana 2019.
Tutt’intorno c’è aria di festa. Il ragazzo di fronte ha un mazzo di trasferelli arcobaleno e assieme agli altri due se li stanno appiccicando sulle braccia e sul viso. C’è un’atmosfera talmente coinvolgente che sono quasi tentato a chiederne uno per me, magari facendomi aiutare nell’applicazione; ma resisto alla tentazione, mi accontento della mia maglia nera con la scritta REVOLOVUTION (in cui EVOL è scritta nel verso contrario in modo da leggersi LOVE) acquistata al Pride di Milano di due anni fa. Intorno a me tutto sta cambiando, tutto si è colorato: visi dai trucchi eccentrici, abiti stravaganti, teste piumate e ventagli arcobaleno che, sventagliando, cacciano la calura estiva di queste prime giornate di luglio. Pare di essere in un grande camerino di teatro con diverse decine di attori di ogni età e sesso, dove ognuno si maschera, si trucca, si riprende il suo tempo e la sua vita. Mi guardo intorno e mi rendo conto che la specie umana non può fare a meno della libertà e delle sue manifestazioni. Ma tutto questo mi riporta alle processioni religiose, ne ha lo stesso sapore, anzi mi pare di vedere reliquie arcobaleno dalle più svariate forme, croci di piume colorate e madonne disegnate da Milo Manara e c’è pure la stessa voglia di esprimere la propria identità liberamente, con la medesima forza della preghiera e la leggerezza del riso. Pablo Neruda ha scritto:

Prenditi tempo per pregare,
perché questo è il maggior potere sulla terra.
Prenditi tempo per ridere,
Perché il riso è la musica dell’anima.
Pietrasanta, Viareggio, Torre del Lago; nel raggiungere e superare queste tre stazioni guardo il mondo fuori da questo vagone, dove a grandi distese di stoppie color oro ed enormi covoni di paglia si alternano vigne e campi di girasoli; la luce della calda controra estiva dona la stessa aura che si ritrova nelle opere di Monet o Van Gogh. San Rossore e poi finalmente Pisa. Appena fuori la stazione pare essere parte di un unico e lungo serpente colorato che si allunga sino a piazza Vittorio Emanuele, da dove partirà il corteo. In tantissimi portano un messaggio stampato sulla maglietta, su un cartellone (spesso di cartone), su uno striscione, o direttamente sulla pelle. Credo che a raccoglierli tutti in un manuale si scriverebbe libro dai capitoli più svariati; per esempio, cucina: “L’unica cosa contro natura è la panna nella carbonara”; politica: “tranquilla ma’ sono lesbica non leghista”; religione: “vi dò un comandamento nuovo che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato – Gesù”; idealità: “nel mio mondo ideale porti aperti, marjuana e famiglie omosessuali”; sentimento: “le persone si innamorano di altre persone”; famiglia: “è l’amore che crea una famiglia”, “ siamo mamme, abbiamo figli froci e ne siamo fiere”, “la famiglia è dove c’è amore”; medicina: “abbi paura di me perché sono dentista non perché sono gay”; storia: “siamo le/i pro – pro – pro nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare”. Altrettanto varia è la musica che si ascolta, basta spostarsi di alcuni metri per passare dalla tecno ai ritmi sud americani con tanto di trombe, oppure dalla dance anni ‘80-‘90 al pop latino di Alvaro Soler.
Sono completamente assorbito da tutta questa gente che apertamente fa festa col proprio essere e per il proprio essere. Sono trascorsi 50 anni dalle vicende di Stonewall che segnò l’inizio, in questo nostro mondo occidentale, delle lotte per il diritto di vivere la propria identità sessuale liberamente, senza essere discriminati o, come succedeva allora, rinchiusi (in carceri o manicomi).
Allora realizzo che essere qua è stare dalla parte giusta, alla festa del diritto all’autodeterminazione sessuale secondo natura e non secondo postulati sociali.
Essere al Pride è stare dalla parte giusta; dalla parte di chi fa festa per i diritti, dalla parte di tutti coloro che hanno lottato e continuano a lottare per l’eguaglianza e il rispetto delle persone “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” come vuole la legge fondamentale di questa nostra Italia.
Essere al Pride è stare dalla parte giusta; perché, come si legge sulla T-shirt di un padre, “ho dato la vita alle mie figlie e non lascerò che la sprechino a nascondersi”.



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