
«Si è aperta oggi a Roma la Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne nell'ambito delle iniziative della Presidenza italiana del G8. Il Ministro per le Pari Opportunità fa appello al coraggio delle donne di tutto il mondo: "Vogliamo portare tutto alla luce e lottare, usando contro un problema globale un'arma globale". E ribadisce l'impegno del governo italiano per l'affermazione dei diritti delle donne, sia sul piano nazionale che internazionale»
Con questo messaggio il sito del Ministero delle pari opportunità, diretto dalla Ministro Maria Rosaria (Mara) Carfagna, ci fa sapere della Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne, in corso a Roma.
Nel messaggio del ministero si fa legare la violenza sulle donne alla mancata affermazione dei loro diritti, tesi alquanto condivisibile. Come al solito, le parole di circostanza seppur belle rimangono vuote. Infatti mentre il Ministro si impegna a “portare la luce” non ci si spiega perché su determinati “luoghi” femminili come l’immigrazione clandestina, proprio questo governo, di cui la ministro fa parte, ha fatto scendere “l’oscurità”.
Soffermiamoci comunque sulle donne su cui “risplende la luce” della legge italiana: le nostre concittadine. Circa 7 milioni di loro hanno subito violenza fisica o sessuale, stando ai casi dichiarati, ma quante di loro vivono e tengono chiusa la violenza che subiscono tra le mura domestiche? Cosa ci vorrebbe affinché questo trend inizi a cambiare direzione?
Non basta una legge severa che punisca maschi e mariti maneschi, occorre principalmente intervenire nelle sfere sociali, dove si consuma la vita quotidiana, che continuano a confermare il dominio del maschio. Occorre educare gli individui alla parità. Qualcuno può obiettare che in Italia questo è un problema superato, ma a costoro chiedo di fare più attenzione. Guardate per esempio il mondo dell’associazionismo, escluso per alcune associazioni (femministe, confraternite), gli iscritti e i partecipanti sono per la maggior parte maschi. Vi cito il caso del Comune di Latiano, dove la maggioranza di governo ha diverse presenze femminili, qualcuna particolarmente preparata, ma gli assessori sono comunque tutti maschi e vi posso assicurare che non brillano in cultura politica.
C’è comunque chi ritiene che sono le donne stesse ad autoescludersi obiettando: «chi negherebbe loro di iscriversi ad un partito, ad una associazione?». La risposta è da ricercare nella reale tendenza maschilista della società in cui viviamo. Alla donna infatti, la nostra società relega un ruolo importante ma scarsamente valorizzato: la cura dei figli e del focolaio domestico. Un ruolo che le obbliga a consumare gran parte del tempo e delle energie, limitandole di fatto nella partecipazione alle strutture rilevanti e prestigiose della vita sociale e politica. Un governo che distribuisce risorse per asili nido, per la cura dei bambini, sicuramente libererebbe molte donne dal giogo dell’attuale universo maschilista, disimpegnando forze ed energie femminili necessarie per presentare le istanze rilevanti per il cambiamento. Proprio oggi, riguardo gli asili nido, il quotidiano Repubblica riportava che su 10 richieste di iscrizione ne viene accolta solo una. Voglio dire che sin quando le donne non saranno presenti in numero sufficiente nelle organizzazioni economiche, politiche e sociali, il discorso dei diritti delle donne sarà limitato non solo nella sostanza ma anche nella quantità.
Oggi infatti ci troviamo di fronte al paradosso che questioni strettamente legate al mondo femminile (aborto, pillola RU–486) vengano risolte dalla Chiesa che è l’organizzazione maschilista per eccellenza.
Personalmente credo che un passo avanti contro la violenza sulle donne lo possiamo fare se alle donne viene data la reale possibilità di ritagliare il proprio spazio sociale, politico ed economico attraverso l’affermazione e il conseguente sviluppo dei loro diritti, e non da quanto spazio l’universo maschile sia disposto a concederle. Per le donne un punto fermo da cui iniziare sta nel chiedersi - anche nel semplice ambito privato - se lo stato delle cose che stanno vivendo sia legittimo.
Al momento niente di tutto questo entra nell’agenda politica del nostro governo, per il quale il mondo femminile è solo quello delle belle ragazze (sono tagliate fuori le anziane, le non belle, le bambine; le adolescenti forse no!) attraverso cui il maschio italiano, a mò di gallo nell’aia, dimostra le sue doti sessuali, sfoga le sue frustrazioni, afferma il proprio dominio.
Mi viene di fare un’esclamazione prettamente familiare: «figlie mie, com’è lungo e insidioso il cammino verso la parità».
Con questo messaggio il sito del Ministero delle pari opportunità, diretto dalla Ministro Maria Rosaria (Mara) Carfagna, ci fa sapere della Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne, in corso a Roma.
Nel messaggio del ministero si fa legare la violenza sulle donne alla mancata affermazione dei loro diritti, tesi alquanto condivisibile. Come al solito, le parole di circostanza seppur belle rimangono vuote. Infatti mentre il Ministro si impegna a “portare la luce” non ci si spiega perché su determinati “luoghi” femminili come l’immigrazione clandestina, proprio questo governo, di cui la ministro fa parte, ha fatto scendere “l’oscurità”.
Soffermiamoci comunque sulle donne su cui “risplende la luce” della legge italiana: le nostre concittadine. Circa 7 milioni di loro hanno subito violenza fisica o sessuale, stando ai casi dichiarati, ma quante di loro vivono e tengono chiusa la violenza che subiscono tra le mura domestiche? Cosa ci vorrebbe affinché questo trend inizi a cambiare direzione?
Non basta una legge severa che punisca maschi e mariti maneschi, occorre principalmente intervenire nelle sfere sociali, dove si consuma la vita quotidiana, che continuano a confermare il dominio del maschio. Occorre educare gli individui alla parità. Qualcuno può obiettare che in Italia questo è un problema superato, ma a costoro chiedo di fare più attenzione. Guardate per esempio il mondo dell’associazionismo, escluso per alcune associazioni (femministe, confraternite), gli iscritti e i partecipanti sono per la maggior parte maschi. Vi cito il caso del Comune di Latiano, dove la maggioranza di governo ha diverse presenze femminili, qualcuna particolarmente preparata, ma gli assessori sono comunque tutti maschi e vi posso assicurare che non brillano in cultura politica.
C’è comunque chi ritiene che sono le donne stesse ad autoescludersi obiettando: «chi negherebbe loro di iscriversi ad un partito, ad una associazione?». La risposta è da ricercare nella reale tendenza maschilista della società in cui viviamo. Alla donna infatti, la nostra società relega un ruolo importante ma scarsamente valorizzato: la cura dei figli e del focolaio domestico. Un ruolo che le obbliga a consumare gran parte del tempo e delle energie, limitandole di fatto nella partecipazione alle strutture rilevanti e prestigiose della vita sociale e politica. Un governo che distribuisce risorse per asili nido, per la cura dei bambini, sicuramente libererebbe molte donne dal giogo dell’attuale universo maschilista, disimpegnando forze ed energie femminili necessarie per presentare le istanze rilevanti per il cambiamento. Proprio oggi, riguardo gli asili nido, il quotidiano Repubblica riportava che su 10 richieste di iscrizione ne viene accolta solo una. Voglio dire che sin quando le donne non saranno presenti in numero sufficiente nelle organizzazioni economiche, politiche e sociali, il discorso dei diritti delle donne sarà limitato non solo nella sostanza ma anche nella quantità.
Oggi infatti ci troviamo di fronte al paradosso che questioni strettamente legate al mondo femminile (aborto, pillola RU–486) vengano risolte dalla Chiesa che è l’organizzazione maschilista per eccellenza.
Personalmente credo che un passo avanti contro la violenza sulle donne lo possiamo fare se alle donne viene data la reale possibilità di ritagliare il proprio spazio sociale, politico ed economico attraverso l’affermazione e il conseguente sviluppo dei loro diritti, e non da quanto spazio l’universo maschile sia disposto a concederle. Per le donne un punto fermo da cui iniziare sta nel chiedersi - anche nel semplice ambito privato - se lo stato delle cose che stanno vivendo sia legittimo.
Al momento niente di tutto questo entra nell’agenda politica del nostro governo, per il quale il mondo femminile è solo quello delle belle ragazze (sono tagliate fuori le anziane, le non belle, le bambine; le adolescenti forse no!) attraverso cui il maschio italiano, a mò di gallo nell’aia, dimostra le sue doti sessuali, sfoga le sue frustrazioni, afferma il proprio dominio.
Mi viene di fare un’esclamazione prettamente familiare: «figlie mie, com’è lungo e insidioso il cammino verso la parità».
Commenti